Not Safe For Work

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lunedì 3 luglio 2017

“A Humble Bow (Un Umile Inchino)” di Tomaso Clavarino



Un viaggio in un mondo nascosto, fatto di catene, corde e vestiti di latex. Due anni di lavoro in giro per l’Italia tra party privati, incontri occasionali, appartamenti e alberghi. Tomaso Clavarino (Torino, 1986) è un fotografo documentarista che si è sempre occupato di diritti umani, conflitti, tematiche sociali, lavorando per prestigiose testate nazionali ed internazionali (Newsweek, Vanity Fair, Der Spiegel, Washington Post). “A Humble Bow (Un Umile Inchino)” è il titolo del progetto fotografico dedicato all’universo del BDSM (Bondage, Disciplina, SadoMasochismo): una sessantina di fotografie raccolte nel volume pubblicato dall’editore portoghese The Unknown Books, venti delle quali sono diventate una mostra ospitata dalla galleria d’arte Paolo Tonin (fino al 21 febbraio) ed organizzata come un evento collaterale alla rassegna internazionale sul cinema erotico Fish&Chips Film Festival. Fotografie che turbano e disturbano e che aprono uno squarcio su un universo sommerso che viene solitamente rappresentato in modo stereotipato.

“A Humble Bow (Un Umile Inchino)” , il progetto fotografico di Tomaso Clavarino sul mondo BDSM

Perché un fotografo che ha realizzato reportage in Europa, Africa e Nord America, occupandosi sempre di conflitti e diritti umani, decide di dedicarsi a un mondo così particolare come quello del bondage e del sadomaso?
«Da un po’ di tempo desideravo affiancare al mio lavoro quotidiano dei progetti più personali da poter sviluppare sul lungo periodo. Lavorando per i media prevale un’informazione veloce, c’è poco tempo da dedicare alle singole storie e questo fa sì che sia difficile entrare davvero nelle realtà che si vogliono raccontare. Per andare in profondità occorre calarsi dentro per un certo arco di tempo. Questo progetto sul BDSM l’ho iniziato quasi per caso, perché mi incuriosisce il substrato culturale e sociale del nostro Paese, soprattutto laddove va a scontrarsi con l’anima più bigotta e conservatrice. Siamo bombardati di preconcetti, mentre io volevo indagare ciò che sta sotto la facciata di quello che leggiamo sul BDSM. Non avevo alcuna conoscenza di questo mondo, non ne facevo parte, così ho iniziato a navigare sul web dove esistono numerose chat e forum per gli appassionati del genere, quindi ho iniziato a contattare le persone dicendo subito con chiarezza chi ero e cosa volevo fare. Poco per volta si sono sviluppati rapporti di fiducia, e questa è la cosa più importante dal punto di vista fotografico. Per un fotografo documentarista come me che crede nell’empatia come strumento e obiettivo del lavoro fotografico, è determinante instaurare un rapporto di fiducia con i soggetti che si vogliono fotografare, ancor di più se affronti un tema così hard. È un lavoro che ha richiesto due anni, tra ricerca, contatti e tempo necessario a instaurare un rapporto di fiducia per poi poter iniziare a scattare.»

Chi sono i protagonisti delle tue foto? Che cosa è il BDSM dal punto di vista sociale e geografico?

«Il mondo BDSM è decisamente eterogeneo, troviamo un po’ di tutto, direi più uomini che donne, nel Nord Italia è più sviluppato e strutturato, da Torino a Milano fino a Venezia, con Bologna come epicentro perché lì si registra un particolare fermento. Per quanto riguarda le classi sociali si va dall’operaio al programmatore informatico, dall’avvocato al manager, anche se sicuramente molti dispongono di un buon reddito, visto che partecipare a feste private o andare da una mistress comporta dei costi.»

Perché il titolo “A Humble Bow”?

«In un forum mi sono imbattuto in un messaggio di uno ‘schiavo’ alla sua Mistress che si concludeva con queste parole: “un umile inchino”. Una frase che mi ha colpito, e che contrasta anche con quanto emerge dalle mie foto, perché in un mondo che appare come fatto di violenza e rapporti duri e crudi, alludeva a una qualche dolcezza, a dei sentimenti che effettivamente esistono. BDSM non vuol dire “vado a farmi gonfiare di botte e faccio un po’ di sesso”. Leggiamo molto sul BDSM, ma la realtà di questo mondo ‘nascosto’ è decisamente diversa da come ci viene normalmente presentata.»

“Nel BDSM ciò che conta non è il sesso in quanto tale, ma il rapporto di dominanza tra due persone”

Nei tuoi scatti non c’è esibizione di nudo. Il BDSM ha a che fare più con il potere e la denominazione che con il sesso?
«Non volevo dare vita ad un lavoro voyeuristico o rendere queste persone delle macchiette. Il primo stereotipo che emerge dalla narrazione sui media è che si tratti di pervertiti dal punto di vista sessuale. Cosa falsa, non solo perché non sono dei pazzi, degli psicopatici con deviazioni sessuali, ma perché nel mondo BDSM non esiste il rapporto sessuale o, meglio, quelle pratiche non sono finalizzate al rapporto sessuale. Non è quello ciò che conta, ma il rapporto di dominanza tra due persone. Un rapporto ben definito, anche se non ci sono contratti firmati come in Mille sfumature di grigio, ma ci sono regole ben chiare, codici, parole d’ordine che si usano quando ci si deve fermare, non si oltrepassa mai il limite, c’è un profondo rispetto tra le persone. Più che il sesso, c’è la sessualità. Ciò che conta sono la dominazione e la sottomissione, sia fisica sia psicologica, tra due persone, il poter disporre, in certi contesti e in certi momenti, di una persona nella sua totalità. Una persona che ti si dedica o a cui dedicarsi in modo totale. Per qualcuno il BDSM è parte della propria sensualità nella sua interezza, per altri un percorso per scoprire nel profondo la propria sessualità ed andare alla ricerca del proprio Io, per alcuni è uno stile di vita oppure un gioco. Fantasia e humour sono alla base del BDSM, e molte delle pratiche, che al di fuori di un contesto di consensualità sarebbero trattate come violenza sessuale, diventano qui una fonte di mutua soddisfazione e stimolazione per la costruzione di più profonde relazioni interpersonali. Con i miei scatti volevo raccontare le dinamiche interpersonali e psicologiche che si vengono a creare, il nudo in sé non mi interessava in quanto non mi dava nulla in più rispetto a quanto mi premeva narrare.»

www.toningallery.com

www.tomasoclavarino.com


Tomaso Clavarino (Torino, 1986) è un fotografo documentarista che si è sempre occupato di diritti umani, conflitti e tematiche sociali

di Emanuele Rebuffini

http://www.nuovasocieta.it/luci-della-ribalta/a-humble-bow-il-viaggio-fotografico-di-tomaso-clavarino-nel-mondo-sadomaso/

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